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Nasce a Molfetta nel 1948, vive e lavora a Roma dal 1995. Nel secondo dopoguerra, in sintonia con il nuovo sistema produttivo occidentale, la sperimentazione di linguaggi innovativi ha connotato la ricerca artistica internazionale in modo diverso in America e in Europa. In America si sperimentano le tecnologie alternative che ben si amalgamano con l'intraprendenza americana, si pensi per esempio alle opere di Warhol; in Europa invece si tende rispettare la tradizione e a mantenere ritmi meno frenetici. All'unicità e all'individualismo europeo subentra l'adeguamento alla vita standardizzata americana. Se la cultura artistica europea si rifà continuamente alla sua storia, alla storia dell'arte, alle avanguardie storiche, la cultura americana lavora su un prolungamento del proprio presente e quindi sulla completa aderenza ai mezzi adoperati per la realizzazione di un'opera. Se la civiltà americana ha introdotto una nozione di consumo, in Europa si tende a soffermarsi sulla presa di coscienza delle emozioni e non sull'accelerazione di queste attraverso una produzione di immagini allegoriche, tese al recupero di una più ampia dimensione antropologica. L'opera di Zaza si inserisce in questo contesto e introduce attraverso l'uso della fotografia la "memoria pregnante di un archetipo, il nesso parentale (paterno-materno) come campo magico di relazioni." Egli può essere considerato un rappresentante della "Narrative Art che, partendo dalle ricerche della Conceptual Art e della Body Art, riesce a trasformare le rigide definizioni concettuali in strutture rigorosamente narrative. Michele Zaza attraverso una narrazione basata sulla combinazione di sequenze fotografiche e testi, vuole mostrare brani minimi, frammenti di vita quotidiana legati al proprio vissuto oppure a luoghi e situazioni del tutto anonimi, superando così le definizioni tautologiche-concettuali attraverso la narrazione e la letteratura." Il percorso artistico di Zaza inizia verso il 1970 con la "coscienza dell'avanguardia impossibile". L'avanguardia è divenuta obbligatoria, non trasgredisce più, fa parte del mito che serve al mercato; dunque non è più possibile. Come afferma Tommaso Trini: "I lavori di questo periodo mimano l'avanguardia, ma non sono più avanguardia. I personaggi sono assenti, privi di ruoli. Essi guardano, meditano, mangiano, si addormentano ed accettano di farsi fotografare tra pareti di interni usurati dal tempo. L'artista, nato sul Mediterraneo, lavora con ciò che conosce bene, i suoi attori sono stati infatti suo padre, sua madre e lui stesso." L'interesse dell'artista per Epicuro, Kirkegaard, Rousseau, Bakunin, Lucrezio, Hölderlin, Camus, e la sua passione per Masaccio, Munch e Rothko smentiscono la sua appartenenza alla Conceptual Art. Tommaso Trini, infatti, già nel 1974, recensendo la mostra personale di Zaza alla galleria Diagramma di Milano, asseriva che le opere dell'artista visualizzavano una dimensione esistenziale avvicinandolo così agli artisti della "condition humaine" alla Malraux. Fra il 1970 e il 1980 Zaza viaggia frequentemente in Europa e negli Stati Uniti. In questi anni si interessano al suo lavoro galleristi del calibro di Yvon Lambert di Parigi e Leo Castelli che ospita le opere di Zaza nella sua galleria di New York. Infatti, come afferma lo stesso artista: "proprio la forte connotazione mediterranea aveva suscitato l'interesse dei due galleristi poiché la ritenevano causa di riconoscibilità immediata."62 Dopo i successi nel microcosmo dell'arte internazionale che lo avevano visto presente con le sue opere nei musei e nelle gallerie più importanti, Zaza si ritira a vita privata. Continua a lavorare ma, non più sotto i riflettori, lontano da gallerie e musei. Inizia un periodo nuovo di ricerca artistica e di riflessione. "Le trasformazioni cui l'artista tende sono legate alla sfera personale, l'Io resta il protagonista assoluto di una ricerca che, negli anni '80, abbandona i luoghi della memoria per approdare a spazi onirici. Simbolo di una trascendenza sempre più desiderata, diventano gli scenari celesti e gli itinerari stellari. Questa è la fase che segna l'abbandono della fotografia per la pittura e la scultura." Nel 1983 inizia la collaborazione fra Michele Zaza e la Lorusso Arte che in questo periodo sostiene l'artista nella sua ricerca. Nel febbraio del 1993 si tiene una mostra di opere uniche che raccoglie un decennio di pittura e scultura di questo "periodo di riflessione". La struttura totemica delle forme dipinte e i titoli stessi delle opere: Porta del paradiso, Verso l'Oriente, sollecitano la lettura in chiave ascetica. Zaza paragona la sua attività a quella del monaco medievale che - come afferma Massimo Carboni - "trascorre la sua vita a dipingere le icone e attraverso la meditazione ne coglie l'energia radiante. Nell'icona si mostra ciò che è propriamente invisibile." Dopo questo periodo di ricerca Zaza torna alla fotografia. Egli spiega: "la fotografia ha per me un ruolo strumentale, è infatti il mezzo più efficace e di alta fedeltà riproduttiva, atta a visualizzare non ciò che si vede, ma ciò a cui ho pensato, le mie domande sulla esistenza umana. Soprattutto nel corso di questi ultimi anni, essa non è la mimesis del già visto, ma del pensiero. E' una sorta di reportage sulla mia rivolta personale. La fotografia mi permette di manifestare i miei desideri di verità e di libertà, i miei sogni, i miei problemi. Mi permette di tradurre in immagini la negazione della spettacolarità estrema e , in realtà, le mie aspirazioni all'assoluto, alla perfettibilità." Michele Zaza ha esposto al Museo d'Arte Moderna di Parigi, al Museo dell'architettura di Mosca, al Museo d'arte e storia di Ginevra, al Museo d'arte moderna di Rio de Janeiro, al Museum of the Civic Center di Philadelphia.
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